A metà

- Come stai?
- Mah, ho pianto per quarantacinque minuti, in pratica.
- Agnese, tu ti tieni troppe cose dentro. Quante volte ti dico “sputa il rospo”?
- Troppe.
- Appunto. Comunque, parliamo di cose che magari ti risollevano nell’immediato.
Oggi è stata una giornata infinita, abissale.
Alle 9.37 ho scritto a G.: “Non riesco ad alzarmi, dammi uno dei tuoi calci in culo metaforici e mandami al lavoro”.
Abbiamo parlottato un po’ su Whatsapp mentre mi ustionavo l’esofago con una tazza di caffè scaldato nel micro, mi pettinavo i capelli, infilavo i jeans e le scarpe.
La conversazione si è conclusa mentre entravo in Tortona: - Tripla monofase industriale a schuko.
- Cosa, G.?
- Ah, niente, scusa, dovevo appuntarmelo da qualche parte.
E, intanto, piangevo nei vocali con te, ti odiavo e mi mancavi, avrei fatto di tutto pur di riaverti immediatamente e negarti a lei.
Mentre ci scrivevamo una parte di me ti cercava e l’altra già ci proiettava nella quotidianità: le discussioni per i miei orari, io che scappo dal letto per prima al mattino e rincaso a mezzanotte passata, la mia iperattività, le mille cose da dire e gli altrettanti silenzi quando si deve parlare di noi, il mio senso del dovere, il mio rimanere un gatto forastico, le tue insicurezze che non posso colmare, la tua arroganza, i tuoi malumori, i tuoi rancori. 
Mi sembrava già tutto così pesante, anche senza viverlo.
“L’amore non va pensato amaro”, ricordo.
Poi la mattinata mi è venuta addosso, con il lavoro, la fretta, le incombenze, le responsabilità, io che mi chiudo fuori a fumare una sigaretta e, appoggiata al parapetto, penso: “Non ce la faccio più”. 
- Perché non scrive più?
- Non lo so - dentro di me penso un semplice e arido “Ho smesso”.
- Può ricominciare.
- Ieri ho scritto una cosa.
- E mentre scriveva cosa pensava?
“Che faceva schifo”, penso. Invece dico: - Che non aveva ritmo, era piatto, senz’anima. Gli aggettivi non funzionavano, i verbi erano maldestri, la punteggiatura...
- Quanta autocritica.
- Be’, non posso fare male la cosa che mi veniva meglio di tutte.
Abbasso lo sguardo, penso di essere stata troppo netta, che la sincerità mi sia uscita con troppo impeto.
- Perché non prova a scrivere, senza giudicarsi?
Alzo le spalle, faccio girare la poltroncina grigia. Guardo fuori dalla finestra, anche se ci sono le tende - bianche, leggere.
Mentre ci salutiamo (io con le mie mille cose in mano, le chiavi, gli auricolari, l’iphone, già trafelata), mi ricorda: - Mi raccomando, il blog.
Mi volto sorridendo: - Certo, glielo mando.
Passo dal bagno per sciacquarmi il viso. Sblocco il telefono, ho troppi messaggi da leggere e solo di lavoro. Elimino le notifiche e archivio la conversazione con te perchmé vederti quando apro Whatsapp mi fa uno strano effetto. A metà fra un brivido e una stretta allo stomaco.

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